San Francesco, la fragilità e la bellezza: una serata guidata da Emanuele Pini
La serata del 13 marzo, uno dei momenti centrali dei Quaresimali 2026, si è aperta con le parole di don Alessio, che ha introdotto il tema del percorso di quest’anno: un cammino volto non solo a leggere il Cantico delle creature, ma a incontrare l’uomo che lo ha scritto.
«Abbiamo chiesto di aiutarci ad entrare nel Cantico»,
ha spiegato.
«Di solito ci sfugge la vita dell’autore che ha generato questo testo. Nel nostro cammino quaresimale vogliamo conoscere l’animo di questo santo».
Da questo punto, la serata è stata interamente guidata da Emanuele Pini, che ha condotto i presenti dentro la biografia e la voce spirituale di Francesco nel momento più drammatico della sua vita. Pini ha invitato ad immaginare il santo di Assisi nel 1224-1226: quarantadue anni circa, quasi cieco, devastato dalle malattie, tormentato dai topi, emarginato dall’ordine che aveva fondato e costretto a vivere in una capanna di fango. Un uomo “da cui ci si aspetterebbe un testamento di rabbia”, come ha detto Pini, e che invece compone una delle preghiere più luminose della storia.
La bellezza che sfida il dolore
È questo il paradosso più sorprendente del Cantico: un testo in cui, come ha detto Pini, “la bellezza sfida il dolore” e “l’armonia sfida la sofferenza”. Un’opera che la critica considera a tutti gli effetti un miracolo dell’arte medievale, non perché ignori il dolore, ma perché lo trasfigura.
Durante la serata sono stati letti alcuni dei versi più noti del Cantico, facendo emergere la sua struttura circolare che si apre e si chiude nella benedizione a Dio, e i numerosi riferimenti biblici, dal Salmo 19 al 148 fino al Cantico dei tre fanciulli di Daniele.
Pini ha spiegato che il Cantico è una preghiera universale, scritta in lingua volgare affinché fosse comprensibile a tutti. E ha sottolineato il valore del “per” che introduce ogni lode: nel volgare medievale significa “con”. Francesco non loda Dio attraverso le creature, ma insieme alle creature, riconoscendo una fraternità cosmica che nasce dall’unico Creatore.
Due parti, un’unica visione del mondo
La serata ha approfondito anche la struttura interna del Cantico: prima le creature inanimate – gli astri, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra – poi l’essere umano, lodato non per la sua forza ma per due scelte fondamentali: il perdono e l’accoglienza pacificata della morte. È qui che il tono del testo cambia: l’uomo diventa lode quando sceglie di vivere nella stessa dinamica di Cristo, la kenosis, quello “svuotamento” di cui parla san Paolo nella Lettera ai Filippesi.
È stato ricordato anche il contesto storico in cui Francesco aggiunge la strofa sul perdono: lo scontro accesissimo tra il Podestà e il Vescovo di Assisi. Il Cantico, cantato dai frati, contribuì alla loro riconciliazione. Un esempio concreto della potenza disarmante della bellezza.
Il Cantico che nasce nel fango
Grazie alla Compilazione di Assisi, Pini ha ricostruito la nascita del testo: Francesco malato, immobilizzato a San Damiano, in una celletta di stuoie, in preda a dolori insopportabili. Una notte, dopo aver invocato il Signore, riceve una consolazione spirituale. Il mattino seguente inizia a comporre: “Altissimo, onnipotente, bon Signore…”. È un canto pasquale che nasce da un’esistenza crocifissa.
Anche la strofa sulla morte corporale, la più struggente, viene aggiunta più tardi, quando viene annunciata a Francesco l’imminenza della fine. Nulla nel Cantico è astratto: tutto è vissuto sulla pelle.
Dalla medievalità all’oggi
Pini ha mostrato come il Cantico continui a parlare all’oggi: nella critica al nostro rapporto utilitaristico con la natura, nella riscoperta del limite umano, nella consapevolezza che la fraternità cosmica non è poesia, ma responsabilità. Non sorprende che artisti e scrittori di epoche diverse – da Dante a Hesse, da D’Annunzio a Zeffirelli, da Giotto a Burri – si siano misurati con questi versi. Né sorprende che la voce di Francesco, portata nel 1945 dai frati francescani a Dachau, abbia illuminato anche uno dei luoghi più oscuri del Novecento.
La chiusura
La serata si è conclusa con l’ascolto de L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, che musicò il Cantico nella sua versione originaria. Don Alessio ha infine ringraziato Emanuele Pini per aver “tirato fuori il cuore di credente” e ha invitato tutti a una preghiera per la pace, ricordando
«le persone che con infermità e tribolazione cercano di dare il perdono».